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19 settembre 2007
C'è una politica pulita in Italia. E noi sentiamo di doverla mettere al servizio del Paese.
Il discorso conclusivo di Piero Fassino (dal minuto 41) alla Festa de l'Unità di Bologna.
http://www.dsonline.tv/dettagliop.aspx?id=6020
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3 luglio 2007
Il discorso di un Leader
"Un'Italia unita, moderna e giusta" di WALTER VELTRONI
Fare un'Italia nuova. E' questa la ragione, la missione, il senso del Partito democratico. Riunire l'Italia, farla sentire di nuovo una grande nazione, cosciente e orgogliosa di sé. Unire gli italiani, unire ciò che oggi viene contrapposto: Nord e Sud, giovani e anziani, operai e lavoratori autonomi. Ridare speranza ai nuovi italiani, ai ragazzi di questo Paese convinti, per la prima volta dal dopoguerra, che il futuro faccia paura, che il loro destino sia l'insicurezza sociale e personale. Per questo nasce il Partito democratico. Che si chiamerà così. A indicare un'identità che si definisce con la più grande conquista del Novecento: la coscienza che le comunità umane possono esistere e convivere solo con la libertà individuale e collettiva, con la piena libertà delle idee e la libertà di intraprendere. Con la libertà intrecciata alla giustizia sociale e all'irrinunciabile tensione all'uguaglianza degli individui, che oggi vuol dire garanzia delle stesse opportunità per ognuno. Continua...
| inviato da democratsgiambellino il 3/7/2007 alle 14:53 | |
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6 giugno 2007
Non esistono conti esteri - Nota dei Democratici di Sinistra
"Non sono esistiti, nè esistono conti bancari esteri ascrivibili, direttamente o indirettamente, ai Democratici di Sinistra o ai loro dirigenti nazionali. Si tratta di una calunnia contro la quale agiremo in ogni sede, a cominciare da quella giudiziaria". (vedi Nota Completa)
Per completezza sulle accuse mosse, si possono ritrovare dettagli in questo articolo della Stampa
| inviato da il 6/6/2007 alle 13:0 | |
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6 giugno 2007
L'AMBIZIONE TIMIDA - Classe dirigente senza ambizione nazionale
(...) La metafora dell'ambizione timida serve all'autore come leit motiv di una circostanziata riflessione sulle classi dirigenti del Paese, le loro virtù e i loro vizi. Perché, ammonisce, o si sviluppa l'orgoglio nazionale o per noi arriverà il tempo del declino. Tertium non datur. «L'Italia ha un rapporto timido con l'ambizione perché non è uno Stato nazionalista — argomenta Padoa-Schioppa —, lo stesso Risorgimento non ha avuto una chiave aggressiva e le volte in cui ci siamo ribellati a questo cliché abbiamo collezionato disastri. Siamo caduti nel ridicolo. Penso ad Adua, alla guerra, a un certo modo di fare politica estera battendo i pugni sul tavolo». La nostra cultura storica è di tipo universalistico, romano, cristiano, umanista e tutto ciò ha finito per porre un limite all'ambizione nazionale. Non a caso le due forze che hanno occupato la scena politica nel dopoguerra, i cattolici e i marxisti, hanno una matrice metanazionale. Non ha aiutato anche una nozione assai ristretta di classe dirigente. «Quando in Italia si dice che c'è bisogno di classe dirigente si intende dire che c'è bisogno di un nuovo governo». E invece gli artisti, gli amministratori, i magistrati, i pubblicisti, i sindacalisti e gli imprenditori sono classe dirigente tanto quanto i governanti. Osserva Padoa-Schioppa: «In Germania il presidente di un importante gruppo un giorno andò dal cancelliere Schröder per dirgli, in sostanza: "se qui non cambia qualcosa io trasferisco la sede sociale a Londra". E' possibile immaginare qualcuno che avrebbe lo stesso coraggio in Italia? Purtroppo la classe dirigente in Italia partecipa più che in altri Paesi alla critica della politica, denuncia molto più spesso di quanto non si senta lei stessa investita dell'interesse generale. Anche questa è una dimostrazione che c'è poca coscienza nazionale, poca ambizione. In un altro Paese, l'aver risanato i conti sarebbe stato un evento accolto in maniera assai diversa». (...) (Un imperdibile Padoa-Schioppa sul Corriere di oggi)
| inviato da il 6/6/2007 alle 11:49 | |
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6 giugno 2007
Politica fai-da-te
Gramellini dalla Stampa del 6 giugno
Nei paraggi di una città del Nord Italia (quella che sta in un angolo per non disturbare e ha un sindaco così serio che oltre la cinta daziaria non se lo fila nessuno) è successo qualcosa di minuscolo ma già enorme. Gli abitanti di alcuni paesi hanno sperimentato un nuovo istituto di democrazia diretta: la rivolta di massa. In un luogo delizioso chiamato Chieri, decine di venditori ambulanti hanno paralizzato il traffico per contestare le nuove norme di viabilità. A Venaria, la Versailles italiana che sabato riaprirà i giardini reali, quasi tremila persone hanno prosaicamente firmato una petizione contro i bidoni della raccolta differenziata collocati nei cortili, inducendo le Autorità a sospenderne la distribuzione. Ma è a Settimo Torinese che la ribellione popolare ha celebrato la sua piccola Bastiglia. Il sindaco è stato costretto a spegnere una telecamera che aveva inflitto con imparziale ferocia oltre trentamila multe, dopo che l’intera cittadinanza si era presentata davanti al Municipio per reclamare la revoca delle contravvenzioni, trionfalmente ottenuta con un sacrificio di 2,8 milioni di euro per le casse comunali.Era dunque questo l’approdo inevitabile della cattiva politica che costa molto, produce poco e non si fa capire. La disaffezione ha prodotto impotenza. E l’impotenza una rabbia cupa che ora comincia a organizzarsi in atti collettivi di rivalsa. I cittadini non si fidano più dei mediatori sociali e si fanno giustizia da soli. Gli orfani delle ideologie tornano in piazza: non più per cambiare il mondo, ma almeno per spostare un bidone.
| inviato da il 6/6/2007 alle 10:28 | |
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6 giugno 2007
Capretto espiatorio
Gramellini sulla Stampa del 5 giugno
Quando a Catania il poliziotto Filippo Raciti ebbe la pessima idea di farsi uccidere alla fine di una partita importante, il mondo del calcio cadde in uno stato di prostrazione senza sbocchi che si protrasse per almeno quattro edizioni del telegiornale. L’indignazione prêt-à-porter degli italiani reclamava un colpevole, e lo reclamava subito, pazienza se non era proprio «il» colpevole. Mica si pretendeva la verità, che spesso si rivela una faccenda troppo lenta. Bastava un rito sacrificale, compiuto il quale tutti potessero tornare serenamente a scannarsi su movioloni e «bombe» di mercato. L’ultrà diciassettenne finito in carcere con l’accusa di aver steso il poliziotto brandendo un lavandino rispondeva all’identikit richiesto. Adesso la magistratura fa sapere di essersi sbagliata: il fanciullo menò le mani e pure i piedi, ma non uccise nessuno. Prima che cominci la beatificazione dell’ultrà, sempre possibile in questa Repubblica fondata sugli umori, inviterei a considerare le sue prime parole da scagionato: «Ho sbagliato a infilarmi in una rissa, ma l’ho fatto per la passione del calcio». Capito? In attesa che lo assolvessero dall'accusa di omicidio, lui si era già auto-assolto da quella di balordo. Il frutto delle sue sofferte meditazioni dietro le sbarre è che fare a botte per strada non è poi così grave, quando ci si azzuffa inneggiando a un centravanti. Se quattro mesi di galera servono a questo, forse sarebbe meglio abolirla e provare coi lavori forzati.
| inviato da il 6/6/2007 alle 10:24 | |
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24 maggio 2007
Chiamparino escluso dalla casta
Sergio Chiamparino è stato escluso dalla lista dei 45 saggi che devono guidare la fase costituente del Partito Democratico. E' una sorpresa? No. A me sembra una scelta inscritta nel Dna del nuovo partito. Si tratta di fondere due apparati, due segreterie, due gruppi dirigenti. C'è un complicato equilibrio tra uomini e correnti da rispettare, una sorta di grottesco «Cencelli» che rimbalza dal governo al partito. Per i suoi promotori, il nodo strategico che la nuova formazione politica è chiamata a sciogliere è quello della governabilità; in questa formula si esaurisce la sua ispirazione di fondo, replicando quei meccanismi di cooptazione e di integrazione verticistica che stanno producendo gli esiti devastanti recentemente richiamati da Massimo D'Alema. Diciamolo francamente: inserire Chiamparino in quella lista non significava tanto dare un giudizio positivo o negativo sulle sue personali qualità di amministratore, quanto indicare con nettezza che tra i criteri di scelta dei 45 saggi erano stati tenuti in giusta considerazione parametri come la concretezza del rapporto con il territorio, la capacità di confrontarsi con i bisogni reali della gente, l'efficacia della classe politica nel sostituirsi, in alcuni casi, alla staticità o all'inerzia della società civile. (...) (GIOVANNI DE LUNA sulla Stampa di oggi) (postato da FranzMaria Mariotti)
| inviato da il 24/5/2007 alle 14:16 | |
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23 maggio 2007
Quindici anni di memoria


Quindici anni fa la strage di Capaci, dove persero la vita Giovanni Falcone e gli uomini della sua scorta
| inviato da il 23/5/2007 alle 8:54 | |
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18 maggio 2007
Il deficit del PD
La questione cattolica agita sempre di più il dibattito sul Partito democratico. Le divisioni tra i Ds e la Margherita, le evidenti difficoltà dei Ds, lacerati da tensioni opposte, fanno apparire difficile la realizzazione del Pd. Il cui primo obiettivo, nelle parole di Prodi, dovrebbe essere il superamento degli storici steccati tra laici e cattolici. C’è chi dispera, e pensa che il nuovo partito nascerà sotto l’ala della Chiesa, e metterà fuori gioco la cultura politica della sinistra e il suo tradizionale impegno sul fronte della laicità. Ma un esito di questo tipo equivarrebbe al fallimento sostanziale del progetto. Anche pensare a una componente laica del Pd non rappresenta una soluzione, anzi non sarebbe che un altro modo di dichiarare fallimento. La laicità dev’essere nel Dna del Pd, non può essere solo una componente. È presumibile però che la laicità riuscirà più facile al Pd che alla Margherita e perfino ai Ds, se si tratterà di un soggetto forte e capace di svolgere un ruolo autonomo nella politica nazionale. Se sarà così, è naturalmente l’interrogativo. (... Claudia Mancina sul Riformista)
| inviato da il 18/5/2007 alle 14:18 | |
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18 maggio 2007
Attenti alle parole
(il Buongiorno di Massimo Gramellini, oggi sulla Stampa)
Non si può escludere che i tre dirottatori albanesi della corriera di Trecate fossero terroristi, ha detto in Parlamento e in diretta tv il sottosegretario Minniti, che pure passa per una delle poche persone serie di questa classe politica di arruffoni. In effetti non si può escludere neanche che fossero ultras del Tirana football club in trasferta di piacere. O marziani intenti a disegnare crop circle nelle risaie. Resta però la fondata possibilità, valutata dalle statistiche intorno al 99.99%, che i tre albanesi fossero quello che sembrano: dei balordi comuni e nemmeno particolarmente svegli. Ma la paura dell’imponderabile induce chiunque abbia una responsabilità pubblica a coprirsi le spalle, e anche un po’ più in basso, lasciando affiorare ipotesi subordinate che nel frullatore dei media diventeranno altrettanti titoli.
Le informative del potere sono ormai un susseguirsi di indiscrezioni ansiogene: non si escludono attentati imminenti, meteoriti precipitanti, virus bisunti. Dal punto di vista di chi le fornisce si tratta della soluzione perfetta. Se non capita nulla, ne daranno il merito alla loro previdenza nello sventare la minaccia. Se invece capita qualcosa, e ogni tanto inevitabilmente capita, potranno sempre affermare con tono pensoso «noi lo avevamo detto», dirottando su altri la colpa. Ma per i cittadini travolti da questo uso terroristico delle parole, l’unica forma di difesa diventa il rifugio nello scetticismo. Ci si abitua a dubitare di tutto, che è il modo più efficace per non credere a niente.
(postato da FranzMaria)
| inviato da il 18/5/2007 alle 9:49 | |
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Pensiamo sia necessario e bello che si trovino nuovi modi per confrontarsi, e che questo sia vitale per cercare un nuovo modo di fare politica. Quello che verrà scritto in questo spazio non rappresenta la posizione della sezione, ma è un'occasione per un dibattito "fuori dalle righe", e non ingessato nelle forme tradizionali.
Chi Siamo?
Siamo in tanti: Alida, Luciana, Michela, FranzMaria, Francesco, Giuseppe, Rita, Roberto, ma non solo... "dietro alle quinte" di questo blog ci sono tutti i membri del direttivo e altri compagni della sezione; chi scrive comunque firma, a parte gli interventi "redazionali".
Volete scriverci?
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Volete venirci a trovare?
Domenica mattina o martedì sera (riunione) in via Tolstoi 14/a, a Milano
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